Fra febbraio e marzo 2013 chiesi a Davide Strava di scrivere il testo “Edith”. Per la prima volta prendeva corpo ed anima la profonda necessità di lavorare su una voce ben definita, su una figura iconica che cambiò il panorama musicale del nostro ‘900. Il lavoro si presentò come il punto di equilibrio fra l’emotività della recitazione nel canto e la purezza della linea di canto nella recitazione. La regia destrutturava il modo di cantare classico e per la prima volta si avvaleva nelle canzoni stesse di una metodologia strasberghiana, capace di partire dal corpo e dall’empatia, collocando su un piano secondario le necessità puramente tecniche  e vocali. Lo spettacolo da subito ottenne un successo strano, trasversale. Edith viene replicato ogni anno dal 2013 e viene tuttora suggerito ai teatri anche dagli spettatori che lo intercettano, vivendo una sorta di vita propria. E’la storia della cantante Edith Piaf, che dall’infanzia al momento di maggior successo incontra quattro grandi amori: il padre, girovago, Marcel Cerdan, il pugile che le rubò il cuore, Louis Lepleè, l’impresario che la scoprì, e Raymond Asso, il grande insegnante di canto che la rese una star. Edith è il punto iniziale della trilogia che intendo interpretare nei prossimi anni: Edith Piaf, Marilyn Monroe, Maria Callas. Tre voci, tre vite, tre icone, tre donne diversissime fra loro, ma accomunate da un successo planetario e da un destino amoroso dolorosissimo e controverso.

 

 

Vicino a questo percorso femminile nel 2014 nasce il secondo testo scritto da Davide Strava per la mia interpretazione. Da anni e anni sentivo nella gola una profonda affinità col mondo brechtiano, avendo interpretato prima il ruolo di Polly e poi quello di Jenny delle Spelonche in due diverse edizioni de “L’opera da tre soldi”, il testo caposaldo drammaturgo tedesco musicato insieme a Kurt Weill. Dopo un periodo di ricerca vede la luce “Brechtskabaret”, un dramma futurista sul possibile controllo dell’interazione emotiva all’interno di una orwelliana Unione Culturale, in cui si decide aprioristicamente quali canzoni facciano bene e quali  male, cosa sia lecito cantare  e cosa no, quale intensità emotiva avere per non soffrire  e quale invece rischi di produrre sogni impossibili e distruttive rivoluzioni al sistema. Dentro questo folle universo la ribelle Zoe canta brani come “La ballata di Maria Sanders”, “Jenny dei Pirati”, “La canzone di Re Salomone”, “Il tango della gelosia” e molti altri brani di strehleriana memoria. La voce viene diretta in modo a volte traumatico, a volte seduttivo, ma sempre presente al personaggio: Zoe canta sfidando la società e la legge che la delimita,  doppiando con passione il significato civile e straniante voluto da Brecht.  Scura, parlante, con un costante omaggio a Milva e al suo patrimonio, Brechtskabaret rappresenta il secondo grande capitolo di teatro – canzone affrontato negli anni centrali della mia ricerca vocale. Un momento quasi ascetico nella sua scarnezza, nella sua precisione, supportato con affidabilità dall’incontro col violoncello di Giovanna Famulari e il pianoforte di Ivano Guagnelli.

 

 

Ultimo capitolo del lavoro fra canto e recitazione è finalmente l’incursione nella lirica come seria modalità espressiva del personaggio. Nell’aprile 2015, presso la settimana Shakespeare di Verona nasce “Lady Macbeth Show”, performance per attrice fra lirica e prosa e studio televisivo. Per la prima volta la stessa inteprete propone sia le arie dell’opera di Verdi che i brani della tragedia shakespeariana, presentando la protagonista con una lunga intervista televisiva in forma di talk show, una spoliazione pubblica senza filtri che mostra gli anfratti e le pieghe oscure nella personalità della Lady. E’ un viaggio verso terre ignote dove la voce percorre l’intera gamma sonora sino alle estreme potenzialità: dal suono lirico all’urlo, dall’intrattenimento frivolo davanti la telecamera sino ai luciferini effetti vocali delle false corde durante il monologo degli spiriti. Una modularità che ben sottolinea la frantumazione dell’IO della Lady, qui conosciuta nelle sue personali risposte alle domande mai pronunciate, nelle rivelazioni della sua infanzia, nel rapporto con l’occulto e con il male. Un’architettura interiore caleidoscopica per affrontare il matrimonio fra morte e potere declinato in tutte le sue espressioni vocali. Lo spettacolo è stato portato al teatro Biondo di Palermo nel 2017, accanto al Macbeth presentato da Vincenzo Pirrotta.

 

 

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